LA POVERTÀ COME SCENARIO

Quando aiutare smette di essere un gesto rivolto agli altri e diventa un racconto su noi stessi.
La prima volta che assistetti a quella scena provai qualcosa che mi risultò difficile spiegare. Non era esattamente rabbia. Nemmeno tristezza. Tanto meno indignazione. Era una sensazione molto più scomoda: quella di partecipare, senza volerlo, a una rappresentazione.
Stavamo svolgendo un Photo Tour in un piccolo villaggio rurale della Cambogia e, prima di arrivare, la guida fermò il veicolo davanti a una cartoleria per acquistare, con i 5 dollari di donazione versati da ciascun partecipante, decine di quaderni, matite colorate e materiale scolastico. Nessuno mise in discussione quel gesto; anzi, tutti sorrisero. Sembrava l'inizio di una bella storia. Anch'io sorrisi, perché ancora non sapevo come sarebbe finita.
Arrivati al villaggio, ai bambini venne chiesto di mettersi in fila, uno dietro l'altro, in attesa di ricevere quei regali. Mentre osservavo la scena, uno dei fotografi alzò la macchina fotografica e, dopo alcuni secondi di silenzio, chiese di spostare due bambini.
— Il più alto è meglio che stia in fondo.
— Il più piccolo davanti.
— Ecco. Così si vede meglio quante persone stiamo aiutando.
Ricordo perfettamente quell'istante. Non perché fosse particolarmente drammatico, ma proprio perché, per il resto del gruppo, non lo era. Ed era questo il vero problema. Per qualche secondo ebbi la sensazione che quei bambini avessero smesso di essere bambini per trasformarsi in elementi di una composizione fotografica. Come se il regalo non fosse l'evento principale, ma la scenografia necessaria per costruire un'immagine capace di emozionare chi non era mai stato lì.
Non potei fare a meno di ricordare un'altra scena vissuta anni prima, questa volta in Vietnam. Un bambino di appena cinque o sei anni piangeva disperatamente mentre otto fotografi continuavano a scattare senza sosta. Il piccolo chiamava la madre. Nessuno smise di fotografare.
Quel giorno non scattai nemmeno una fotografia. Non perché creda che fotografare la sofferenza sia sempre immorale. Alcune delle immagini più importanti della storia sono nate proprio dal dolore umano. Quello che mi metteva a disagio era altro. Era la sensazione che, a volte, smettiamo di fotografare una realtà per iniziare a costruire un racconto su noi stessi.
Chi partecipa a un Photo Tour non dovrebbe mai dimenticare che non è un giornalista impegnato a denunciare una situazione. È un appassionato di fotografia che rischia di utilizzare quelle immagini per alimentare il proprio ego e perpetuare stereotipi.
Con gli anni ho capito che la macchina fotografica non è mai il problema. Il problema è sempre l'intenzione.
Per un periodo sono stato vicepresidente di una piccola ONG locale. Quell'esperienza mi ha insegnato qualcosa che non ho mai dimenticato: aiutare non significa offrire ciò che noi crediamo che gli altri abbiano bisogno di ricevere; significa, prima di tutto, comprendere di cosa hanno realmente bisogno. Può sembrare una differenza minima, ma in realtà tra queste due idee si racchiude un intero modo di guardare il mondo.
Troppo spesso confondiamo la solidarietà con la tranquillità della coscienza. Ci risulta molto più facile distribuire oggetti che ascoltare le persone, consegnare quaderni piuttosto che chiederci perché quei quaderni siano necessari o se, invece, abbiano bisogno di altro. Aiutare, paradossalmente, può diventare una forma estremamente raffinata di continuare a mettere il nostro sguardo al centro. Continuiamo a decidere noi. Continuiamo a interpretare noi. Continuiamo a occupare il ruolo di protagonisti, anche quando la storia si svolge nella casa di qualcun altro.
La risposta arrivò appena mezz'ora dopo.
Mentre lasciavamo il villaggio, decine di bambini e adolescenti si avvicinarono per vendere piccoli oggetti artigianali: braccialetti, foulard, pantaloni, cesti di vimini... Era evidente che quella facesse parte dell'economia quotidiana delle loro famiglie. Eppure, molti degli stessi viaggiatori che pochi minuti prima avevano distribuito regali iniziarono a lamentarsi.
— Che insistenti.
— Non smettono mai.
Ricordo di aver pensato: appena trenta minuti fa volevamo aiutarli e ora ci infastidisce che cerchino di guadagnarsi da vivere con il proprio lavoro.
Quella contraddizione mi accompagnò per tutto il viaggio. Forse perché mi costringeva a pormi una domanda molto più scomoda di quanto immaginassi: vogliamo davvero aiutare oppure abbiamo bisogno di decidere noi come quell'aiuto debba essere, per sentirci persone migliori?
Comincio a pensare che, in fondo, gli esseri umani non viaggino soltanto per scoprire il mondo. Viaggiano anche per costruire un racconto su chi credono di essere. E quel racconto ha bisogno di eroi, vittime, salvatori e scenari. Il problema nasce quando le persone che incontriamo lungo il cammino smettono di essere individui con una storia propria per diventare personaggi secondari della nostra.
Noi occidentali viaggiamo spesso convinti di portare con noi delle risposte. Tecnologia, istruzione, sviluppo e, forse, la parola più pericolosa di tutte: civiltà.
Raramente viaggiamo con l'umiltà necessaria per accettare che anche noi abbiamo molto da imparare. Continuiamo a osservare le altre culture da una posizione di superiorità ereditata, come se il nostro modo di vivere rappresentasse la destinazione naturale verso cui tutte le società dovrebbero tendere. Eppure basta osservare la natura per capire quanto questa idea sia assurda.
L'evoluzione non ha mai progettato soluzioni universali. Ogni ecosistema trova risposte diverse ai problemi che il proprio ambiente gli pone. Un cactus non potrebbe sopravvivere in una foresta di mangrovie, così come una mangrovia morirebbe nel pieno del deserto. Nessuno dei due è migliore dell'altro; semplicemente rispondono a realtà differenti.
Le culture umane non sono molto diverse. Ogni popolo è il risultato di migliaia di anni trascorsi a rispondere a un territorio, a un clima, a delle risorse, a delle credenze e a una storia specifica. Non esistono culture arretrate. Esistono culture diverse. E comprendere questa differenza richiede qualcosa di molto più difficile che realizzare una bella fotografia: richiede di rinunciare, anche solo per qualche giorno, all'idea che il nostro modo di interpretare il mondo sia quello giusto.
Mi chiedono spesso che cosa cerchi di insegnare durante i miei Photo Tours. La risposta, quasi mai, riguarda la tecnica. Possiamo parlare di composizione, di luce, di colore o di post-produzione, e tutto questo è importante. Ma prima viene un'altra questione, molto più essenziale: imparare a guardare.
E guardare non significa soltanto osservare con attenzione. Significa accettare che la persona che abbiamo davanti non esiste per completare la nostra fotografia. Aveva una vita prima del nostro arrivo e continuerà ad averla quando ce ne saremo andati. Noi siamo soltanto un istante all'interno della sua storia, non il contrario.
Da allora cerco di ricordarmi una cosa ogni volta che sollevo la macchina fotografica. Non mi chiedo se la fotografia sarà bella, né se sarà tecnicamente valida. Mi pongo una domanda molto più semplice.
Sto fotografando questa persona... oppure la sto usando per parlare di me?
Forse è proprio questa la differenza tra viaggiare per collezionare immagini e viaggiare per permettere al viaggio di trasformarci.


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